PERIODICO DI INFORMAZIONE
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Indice
Pensieri di Nulla
Articolo
18
Novembre
1998
Autore
Tommaso Soldini
Amo le luci soffuse, quelle discrete, palpitanti, luci notturne. Pensieri più liberi mi sembra scaturiscano da riflessioni adombrate. Ed allora quella stessa libertà di cui si ciba la ragione, genera una nuova, ritrovata, risorgente, fantasia fanciullesca. Le membra fremono e rinvigorisce il corpo tutto, la mente, il cuore, forse anche l’animo.
Il male comincia al mattino, al sorger del sole. Impietrita di fronte alle sue stesse colpe, mi sembra la sveglia. Che compito ingrato le è stato affidato, mandato in pensione un gallo mangiato, dalla disperazione cotto, grigliato. La sveglia, ignara e senz’anima? creata ed odiata ne ha rilevato l’onere. Più cauta del suo predecessore ne ha affinato le armi: per i più pigri uno scroscio di suoni, malvagi, cattivi; o una musica forte dai bassi tonanti; ai più solerti offre notizie, ai fedeli rosarii o preghiere mattutine, giovani sogni, a chi chicche, a chi giochi, previsioni del tempo, annunci economici, oroscopi, ad alcuni anche speranza. Ci si alza felici o ingrugniti, sorridenti, stanchi e distratti o aitanti, maleodoranti o vigorosi, barbuti, costretti, scherzosi, maledicenti, energici, sconnessi, ottimisti o rassegnati. Ci si alza sempre o, meglio, soltanto una volta e una sola volta ciascuno, ci si può permettere di restare distesi... a riposare... per la prima, l’ultima, forse addirittura attesa... volta. Ma altrimenti ci si alza. Il sole, anch’esso, si leva a illuminare le strade, gli uffici, le auto, i bar, i luoghi del giorno. Non si suole sognare in quei frangenti, non bisogna passare momenti in pensieri che tardano a finire, sciolti, distesi. Ma io sento che il mondo rallenta il decorso del tempo e costringe il malato vivente a peregrinare in idee stanche, già viste, pensate e pensate, nei soliti luoghi. Un po’ per errore, routine o terrore di dimenticare, non sempre si puo concentrare il proprio cervello su un lavoro, su un ruolo, seppur gratificante, pur sempre lavoro. Le membra irrigidite da un caffé bevuto di furia a casa, in un bar quando si sfoglia il giornale bramosi di notizie, in certi casi, di colpi di scena, morti importanti, guerre lampo, vittorie alle elezioni, votazioni popolari, sport, concerti, attentati, crocifissioni, genocidi e uomini in prigioni. Alcuni fanno pure colazione, un panino, una brioche per svegliare il mattino ed attendere il mezzogiorno, quasi a voler annegare l’attesa del pranzo in quella marmellata dolce come un bacio notturno di un tenero amante. Questo non tarda a venire ed insieme ad un piatto di scampi ritrovo sensazioni a me care, un sorriso che continuavo a sopire. La gente, la gente, confusa intorno a me parlava: risento, se voglio, le voci. Discorsi già fatti, direi, in giorni funerei. Ma so di essere ingiusto. Io stesso ripiombo nel male di questi e con infinita pietà, curiosamente, scommetto di fare lo stesso io stesso, domani. Ma che c’è di nuovo? Che discorsi, che pensieri, che parole posso dire essere nuove, inedite, mai dette? Chi può dire di aver fatto, provato, azioni, orazioni, sensazioni, amori, che nessuno dai tempi dei tempi ha mai vissuto lui stesso, per primo? Adamo? se è esistito. Un testo, una frase, uno slogan sono composte di parole già scritte, 20 lettere o poco più. Il pasto, di sera, risuona di gioie più intense. Ritrovo gli amici, i parenti e racconto, odo, ascolto. Sono solo, talvolta, eppure quel cibo mi pare migliore. Il sole non vuole cadere, lentamente scompare dal bicchiere. Poi si adombra un piatto già vuoto. So di essere misero, pigro, stanco, sbagliato. Ma ritrovo il piacere solo allora; quando mi ritrovo per scelta in un libero posto. Corri, mi dico, corri. E la mente, il cuore ubbidisce. La luna rischiara solo i contorni di un corpo spossato, ma ne illumina ben forte quella parte che ha atteso, e che ora, finalmente, riluce di forti emozioni.
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