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Dimitri, il clown in me

Articolo 10
Marzo 2005

Autore Eleonora Bourgoin

Storia di un uomo straordinario e del buffone virtuoso che alberga dentro di lui

“Il clown che avevo dentro di me si svegliò quando avevo sette anni”. Così inizia la biografia-intervista del celebre clown di Ascona, che, grazie alle sue prodigiose esibizioni, si è fatto conoscere in tutto il mondo, ha vinto i premi più prestigiosi e, con l’aiuto prezioso della moglie Gunda, ha fondato la Scuola Teatro Dimitri, recentemente riconosciuta come Scuola universitaria.

Il titolo del libro, Dimitri, il clown in me, curato da Hanspeter Gschwend, suggerisce il succo della storia. Attraverso racconti autobiografici, Dimitri spiega come le vicende della sua vita lo abbiano portato alla scoperta del clown dentro di sé, scoperta che, per il nostro stupore, l’artista non ritiene ultimata, ma è ancora oggetto di costante ricerca, vocazione verso la quale è quotidianamente proteso con tutto il suo essere: “A volte mi domando perché non mi accontento di riposarmi sugli allori” - spiega in chiusura del libro - “perché non mi concentro sulla pittura, limitandomi ad andare a qualche ricevimento ogni tanto. Ma sono pensieri che hanno vita breve. So che se abbandonassi il clown in me sarei infelice. Ho sempre sognato di dare una forma artistica alla mia vita di tutti i giorni, il che significa compiere con grazia, dignità e poesia anche i gesti più banali e quotidiani. Nella vita di tutti i giorni ci riesco soltanto in parte; ma ogni volta che sono un buon clown l’intento è raggiunto. È questo il regalo che mi ha fatto la vita. E ho il dovere di farne qualcosa. Fino all’ultimo respiro”.
Il “dialogo” tra Dimitri e il clown dentro di sé inizia quando, ancora bambino, vede un’esibizione del clown Andreff sotto il tendone del Circo Knie. Allora si rende conto che far ridere la gente può essere una vera e propria professione; allora far ridere la gente diventa - e ancora lo è - il grande sogno della sua vita.
Dopo le scuole obbligatorie - grande tortura per il suo animo d’artista - Dimitri frequenta il decimo anno della Scuola Steiner a Zurigo e, successivamente, intraprende il tirocinio di vasaio. Grazie a questo mestiere, abbracciato in attesa di potersi dedicare interamente alla sua passione, la clownerie, Dimitri inizia una collaborazione con il ceramista francese Georges Jouve, il quale lo presenterà a un amico del grande Marcel Marceau che lo invita a frequentare i suoi corsi di mimo. Da lì si susseguono incontri professionalmente e umanamente rilevanti, tra cui quello con il funambolo Goga Rossetti e con il clown Maïss. Tutti personaggi - illustrati, nel libro-intervista, con aneddoti e con un’incredibile abilità descrittiva - da cui Dimitri impara i trucchi del mestiere, ma non per diventare una loro riproduzione. A questo riguardo, un evento molto particolare, simbolico, si manifesta proprio nel primo giorno in cui Dimitri lavora da clown professionista.
È il 14 luglio 1959, Dimitri è sul treno per Parigi, dove inizierà una collaborazione con Maïss. Da un passeggero viene a sapere che il clown Grock - l’idolo, l’esempio primo di Dimitri - è morto. “Per me la cosa significativa, la cosa che continua a guidarmi come una stella” - racconta - “è che Grock se ne sia andato nel mio primo giorno di lavoro da clown professionista. Per me fu come ricevere al tempo stesso un’eredità e un compito: quello di fare del mio meglio per portare avanti la tradizione e la missione millenaria dei buffoni, dei saltimbanchi e dei clown”.
Ancora una volta, la vita, attraverso quelle che Dimitri definisce “le invisibili tele di ragno spirituale”, gli suggerisce, o meglio gli conferma, il suo destino, un destino che veste le sembianze di pagliaccio e che mai percepisce come obbligo, bensì come dono: “tutto quel che ho fatto è stato un modo per progredire nel cammino che mi ha condotto al clown. O, per essere più precisi, il clown dentro di me ha determinato ogni mio passo, anche quelli che sembravano delle deviazioni. (…) Il clown dentro di me è una creatura profondamente felice, che mi ha indicato delle strade lungo le quali mi ha sempre portato fortuna”.
Così, l’intervista-ritratto si dispiega in modo armonioso tra eventi e incontri che s’intrecciano come per magia, intercalati da momenti di riflessione sulla clownerie. Interpretando quanto spiega Dimitri, non dovrebbe sorprendere che un clown, uno autentico, abbia una vita straordinaria, in quanto “la peculiarità della clownerie è proprio quella di essere il prodotto del clown nel clown. Tutto ciò che facciamo, dobbiamo andarlo a cercare dentro di noi”. Riprendendo le parole di Henry Miller nel racconto Il sorriso ai piedi della scala, Dimitri illustra come il clown altro non è che un poeta che agisce, “anziché scrivere poesie le rappresenta. (…) non descrive un personaggio, lo abita; ed è un personaggio che rapisce lo spettatore e gli apre le porte dell’universo poetico dell’eterno bambino che alberga in ogni essere umano. Un bambino innocente, ma astuto; maldestro, ma virtuoso; selvatico e sfacciato; incredibilmente sveglio e pigro. Una cosa però non è mai: veramente cattivo. Un clown non può essere cattivo (…), ama gli uomini, e ciò significa che ama l’imperfezione”.
Quello del clown è dunque un messaggio d’amore mandato da un personaggio che ha, per vocazione, la capacità di far ridere e, grazie alla risata liberatrice, solleva gli essere umani dalla dimensione tragica della quotidianità. “Per questo ho sempre sognato e sognerò sempre di avvicinarmi il più possibile al clown che c’è in me, di entrare in scena e regalare alla gente quel riso liberatore per poi, al culmine degli applausi, avanzare sul palcoscenico e ridere a mia volta”.
Uno solo il cruccio di Dimitri, che il teatro comico e la clownerie non godano ancora della stessa considerazione del teatro di prosa e del teatro lirico, come se far ridere non fosse una questione seria!
 

 

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