Gandria

Ancona di Gandria

"Nella prima cappella a sinistra di chi entra" - si tratta della Chiesa di San Vigilio - "c'è un altare di marmo dedicato a Sant'Antonio da Padova; altare a cappella in stile barocco, ben intonato e leggero. Di fronte a questa, un magnifico trittico, che sfugge facilmente al visitatore per l'infelice posizione in cui si trova. È essa una tavola di legno di quasi tre metri di altezza per forse due di lunghezza, divisa, come era uso nel Cinquecento, in vari comparti". Con queste parole, un anonimo visitatore descrive il pregiato trittico di Gandria in un documento del 1903.

Oggi l'opera non è più accolta nella chiesa parrocchiale del quartiere ma, venduta nel 1905 alla Fondazione Gottfried Keller per la modica cifra di 16'500 franchi, è esposta al Museo nazionale svizzero di Zurigo e ne rappresenta l'unica testimonianza rinascimentale.

Come afferma Plinio Grossi in Gandria, "La vendita della preziosa opera rimane, quindi, una pagina oscura della storia, nella quale giocarono anche gli interessi personali: interessi che privarono Gandria e il Cantone di un autentico capolavoro". Seguendo però il resoconto dell'anonimo visitatore, non furono esclusivamente biechi interessi a determinarne la vendita. Quando questi, discutendo con il parroco, toccò il discorso del restauro, il prete, sconsolato, affermò: "Come si fa a spendere quando non se ne ha? Deve sapere, signore, che la mia chiesa non ha altro cespite d'entrata che le elemosine dei fedeli".

Giunta a Zurigo, l'ancona venne restaurata, per quanto concerne la cornice mancante, da Joseph Regl. Durante il lavoro vennero alla luce, lungo la cornice, due piccole figure la cui datazione e il cui autore sono tuttora impossibili da individuare, come del resto per quanto riguarda i dipinti su tela. Ciò nonostante, le ipotesi circa l'origine dell'ancona sono innumerevoli. Secondo la documentazione in possesso del Museo nazionale svizzero, il milanese Bernheim lo avrebbe attribuito a Giovanni Antonio Boltraffio (1467-1516). Altri ancora la fanno risalire ad Ambrogio Borgognone, a Lorenzo Fasolo o alla scuola di Vivarino da Murano.

Il nostro anonimo visitatore non macò di porre la domanda al parroco, il quale confermò che "i conoscitori che hanno visto il trittico, furono discordi nell'attribuirgli l'autore: alcuni l'hanno detto di Sodoma, altri di Mantegna, altri qualche discepolo del Leonardo, ma nessuno lo ha potuto classificare. Certo è che si tratta di un bellissimo lavoro del 1500".

"Nella lunetta superiore, un vescovo, forse il patrono della chiesa, con a lato Sant'Antonio Abate e San Francesco d'Assisi. In una fascia trasversale, al disotto l'Ecce Homo davanti al sepolcro, avente ai fianchi la madre, San Giovanni Evangelista, San Rocco e San Pietro; dietro uno sfondo di colline. Vi è nella fattura del Cristo una bellezza di espressione rara; la faccia del giovane discepolo, piangente, ha impresso un dolore calmo e nello stesso tempo profondo, nel quale leggesi la sicurezza del prossimo trionfo di Colui che ora vedesi malconcio; nell'occhio suo, ingenuamente espressivo, sfavilla la luce che si trova in quello dei giovani che non hanno ancora fatto getto di alcuna energia vitale.

San Pietro resta più lontano; pare cerchi di evitare lo sguardo di Colui che ha rinnegato ben tre volte, e con un gesto della mano sembra dire: "Perdono, o Maestro, te l'ho fatta grossa".
Più sotto, in tre spazi che hanno la forma di nicchie, chiuse da graziose cornici dorate, di perfetto stile, purtroppo avariate dal tempo, sta, nel mezzo, la Vergine, seduta in trono col Bambino benedicente sulle ginocchia; ai piedi, in atto supplichevole, un uomo e una donna, certo i donatori del quadro. La purezza della linea del viso della Vergine e del Bambino, la maestà delle pieghe del paludamento tradiscono la scuola leonardiana.

Ai fianchi, nelle altre due icone, San Giovanni Battista, la cui testa, se la si può chiamare un gioiello d'arte, ha però un brusco contrasto nel braccio oltremodo scheletrito che sostiene il simbolico Agnello. Dall'altro lato un San Sebastiano saettato, che ricorda molto da vicino quello del Luini che si ammira sotto la Crocifissione nelle chiesa degli Angeli; e sotto ancora, trasversalmente, un altro riparto che serve da base al quadro, rappresentante i dodici Apostoli con il divin Maestro. Anche in questo gruppo si trovano teste di fattura squisita e, cosa degna di nota, i pollici del Cristo e degli Apostoli sono tutti raffigurati nell'identica posizione" (Anonimo visitatore, 24 aprile 1903).

Informazioni tratte da: Plinio Grossi, Gandria, Lugano: Ed. San Giorgio, 1984