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Equazione della responsabilità per ogni nuovo anno

di Fabiano Alborghetti

Albe, giorni, calendari
il conto tenuto
delle molte cose fatte per le quali andiamo fieri

o dei propositi proposti
-perché inizi bene il nuovo anno-
e poi svaniti

negli affanni quotidiani, la materia cumulata
degli impegni che ci lascia a fine giorno
un po’ sfiancati, un po’ feriti o in silenzio.

Il silenzio: un punteggio che sostiene il sacrificio
poi daccapo: e tutto è di fronte
nello spazio presente e sembra un muro.

C’è chi non guarda o chi lo sguardo lo distoglie
un rituale forse, una difesa.
Inizia tutto ogni mattina:

colazione, poi la doccia
poi i colori dei vestiti, di una felpa
per qualcuno la cravatta che si leghi e faccia scudo.

Segni, travestimenti. Le ali
per lasciare il labirinto:
fatte di stoffa e bruceranno uguali, forse.

Qualcuno dice che non sa cos’è un confine
altri temono un esame, un malanno
un espe, il LAM oppure un voto

-che sia da cattedra o da un seggio-
un colloquio di lavoro
o se un amore è corrisposto

se la cura data ai cari è sufficiente
se memoria resta viva quando accade la scomparsa.
Qualcun altro ci rinuncia

perché troppe sono ormai le cicatrici
e quel peso sembra un urlo. C’è chi ascolta
la lunghezza del respiro: in colonna la mattina

e resiste o sacramenta per il torto di un sorpasso
o cambia radio per sfuggire alle notizie, alle voci
ricordare dell’assedio il più ferino

tutto il mondo diseguale che ci lascia disarmati
nudi ostaggi impreparati.
L’ostinazione degli avversi sembra quasi un promemoria

e si resiste: controvento e per contrari
con gli infiniti corollari necessari a dare un senso.
L’equazione attribuita è forse questa?

E cosa resta per gli affetti o per noi stessi?
Se potesse la bellezza farsi largo
tanto quanto la durezza, offrire almeno del sollievo

un gesto teso, carità.
Io ho deciso: ti prometto resistenza
o meglio ancora: darò forma alla speranza

anche se il venire meno ogni tanto può accadere.
La mattina per esempio:
poco prima di immergere nell’ora dei doveri

o quando persi incamminiamo
ognuno chiuso dentro un corpo
indicherò la geografia.

Delle vite possibili il sorteggio, il carteggio
gli eroismi illuminare i nostri errori in buona fede.
C’è un giardino da curare anche s’è stagione incerta:

è dove ha corpo l’indomani. Ogni giorno.
Una lista aiuterebbe: invisibili cosucce
nella vita quotidiana

e per questo più preziose
e per ognuno personali. La misura
di un canto minore, forse

un impossibile colore, senza forma
ma presente. Come ogni fioritura
attende albe, giorni e calendari 

e tiene il conto delle molte cose fatte
e delle quali andare fieri.
Inizia tutto dentro l’atomo di un gesto:

lo starti accanto quando accade lo sconforto
o il farti ombra così che tu sia vedente
il preparare il nostro cibo quotidiano

quanto il porgerti la mano.
Il sorprenderci esordienti o sempre un poco insufficienti
nella conta dei successi

ed altre –molte- cose insieme.
La speranza, ho imparato, canta sempre sottovoce.
Ha un canto basso, in controluce.

Sembianze precise. Somiglia a noi.