Nel cuore del Parco Ciani, la nuova installazione di Elia Varini invita il pubblico a rallentare e vivere lo spazio in modo diverso. Realizzata per Arte Urbana Lugano nell'ambito del LongLake Festival, l'opera nasce da una ricerca che mette al centro il rapporto tra forma, colore e ambiente, trasformando il visitatore in parte integrante dell'esperienza. Abbiamo incontrato l'artista durante la realizzazione del progetto per farci raccontare come è nato questo "spazio nello spazio", il significato della sua ricerca e il dialogo che l'opera instaura con il luogo che la ospita.

Ci racconti l’opera realizzata per il LongLake Festival. Da dove nasce l’idea di creare una struttura attraversabile, invece di un’opera da osservare?

Si tratta di un’opera che nasce dal percorso che ho intrapreso nell’ultimo anno e mezzo circa. Fino all’autunno del 2024 ho realizzato tele bidimensionali da appendere alle pareti, concentrandomi sul colore e sulla forma essenziale. A un certo punto, però, l’immersione cromatica offerta dalle tele appese non mi è bastata più: è stato un passaggio naturale verso la tridimensionalità. Ho così iniziato a creare “spazi nello spazio”, appendendo tele di juta monocrome e costruendo volumi attorno ai quali si può camminare o addirittura entrare. Questo lavoro non si limita a definire uno spazio visivo, ma costruisce un vero e proprio dispositivo fisico, dove il movimento dello spettatore diventa parte integrante dell’opera. Quella al Parco Ciani, pur mantenendo modularità, rapporti dimensionali, sovrapposizioni, ritmicità e trasparenza, è la prima opera che realizzo partendo dal terreno e salendo verso l’alto. A differenza delle precedenti, sospese al soffitto, questa si erge dal suolo. Questa scelta è nata dalle caratteristiche pratiche del parco e dai materiali scelti, arrivati nel corso della progettazione grazie ai costanti scambi con il team di LongLake.

La tua installazione è composta da pochi elementi essenziali: settanta metri di rete rossa e settantanove pali di abete. Che ruolo hanno la semplicità dei materiali e la ripetizione delle forme nel tuo lavoro?

Sono spinto da una costante ricerca dell’essenziale e della semplicità formale. Negli ultimi anni ho compiuto un grande processo di semplificazione, sentendo il bisogno di arrivare all’osso, all’essenza di qualche cosa che sto costantemente cercando.

Nei progetti recenti lavoro con moduli e proporzioni precise: queste regole, paradossalmente, mi donano molta libertà. Le mie opere sono costruite su una griglia di elementi identici, ma la scelta dei materiali impedisce un risultato perfettamente uniforme. Questa imperfezione spezza la rigidità, permettendo all’opera di evolvere spontaneamente. È un equilibrio tra controllo e abbandono, dove lascio che gli elementi seguano le loro forze, donando all’insieme una vitalità non programmata.

Chi entra nell’opera si trova in uno spazio delimitato, ma mai completamente chiuso. Cosa vorresti che provassero le persone attraversandola o fermandosi al suo interno?

Questa installazione riflette la mia volontà di creare luoghi di transizione, ambienti che fungono da mediazione tra l’individuo e il mondo. Attraverso l’essenzialità dei materiali e la modularità della struttura, l’opera invita a un’esperienza dello spazio, della luce e del colore, e sulle influenze che tutto ciò crea dentro di noi.

Non si tratta di ragionare sul significato di un’opera, ma di viverla attraverso il corpo, rallentando il passo e adottando una condizione di ascolto e presenza. Lo spazio, così configurato, separa senza isolare: crea una zona di soglia in cui il visitatore può prendere distanza dal quotidiano e entrare in un dialogo intimo con l’ambiente e con se stesso.

L’opera nasce nel Parco Ciani, durante un festival molto vivo e frequentato. Che tipo di dialogo volevi creare tra questo spazio silenzioso e il movimento che lo circonda?

L’intenzione era creare una parentesi intima, un rifugio di stacco dal mondo esterno proprio in mezzo al festival.

 

La rete rossa lascia passare luce, movimento e paesaggio, cambiando continuamente la percezione di chi si trova dentro. Quanto è importante nel tuo lavoro il rapporto tra l’opera e ciò che succede attorno?

Mi affascina la possibilità di filtrare la realtà, interrompendo il quotidiano per generare una nuova esperienza fisica. Non è tanto ciò che accade fuori ad interessarmi, quanto il possibile cambio di percezione della realtà che può avvenire attraverso l’oggetto creato.

Nei tuoi lavori ricorrono spesso forme geometriche rigorose e strutture essenziali. Come è nato questo linguaggio artistico e come si è evoluto dai graffiti fino alle installazioni spaziali?

È stato un percorso graduale verso la semplificazione, nel quale ho progressivamente scartato gli elementi superflui che non sentivo più necessari. Nonostante questa sottrazione, permangono approcci costanti fin dai tempi dei graffiti, come la ricerca di un’armonia attraverso il contrasto. Un graffito che dialoga con il contesto urbano lo trovo simile alla mia opera rossa, che per contrasto si integra nel verde del parco.

Sei cresciuto artisticamente anche a Lugano, passando dal CSIA. Cosa significa oggi tornare con un’opera pubblica inserita nel contesto della città?

Sono molto felice di poter inserire il mio lavoro in uno spazio verde come il Parco Ciani, è da diverso tempo che desideravo interfacciarmi con una situazione simile, e mi sento onorato di poter entrare in dialogo con lo splendido edificio della Biblioteca cantonale.

 

Le tue opere sembrano lasciare molto spazio all’interpretazione personale di chi le attraversa. Preferisci dare un messaggio preciso o creare una situazione in cui ognuno costruisce il proprio significato?

Non c’è un messaggio narrativo o un significato specifico dietro i miei lavori; si tratta di una ricerca formale in continua conversazione con gli spazi che incontro.

L’opera è pubblica e attraversabile da chiunque: ogni persona è chiaramente libera di costruirsi la propria storia se ne sente il bisogno, ma l’obiettivo primario è la creazione di un’esperienza fisica, non mentale. Piuttosto che chiedersi “cosa vuol dire quest’opera?” o “qual è il suo significato?”, mi piacerebbe che la persona si chiedesse “cosa mi attiva quest’esperienza?”, “cosa sento?”, “sento qualcosa?”. Ma non è nemmeno necessario porsi per forza queste domande, per me conta essere presenti, vivere l’opera, ascoltare e osservare.

Se dovessi descrivere questo spazio rosso a qualcuno che non l’ha ancora visto, senza parlare della sua forma, come lo racconteresti?

Direi che è come un grande papavero che fiorisce all’interno del Parco Ciani.

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